Occorre un pazzo per restare sani?
Il titolo di questo post è la traduzione italiana di un brano inglese che ha fatto scalpore quando ero alle scuole medie, lo trovate in fondo al post. Per chi volesse un clue, sto parlando di It Takes a Fool to Remain Sane dei The Ark, band che non ho idea di che fine abbia fatto. Non la canzone, bensì il suo titolo, mi gira in testa da giorni. Anzi, per usare un gergo da blog, mi manda un po' nelle chiavette, già.
Se potessi, andrei dal tizio che ha scritto la canzone e mi farei dare da lui la sua definizione di pazzo. Io personalmente resto della vecchia scuola: chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
Non posso infatti fare a meno di osservare che sempre più persone hanno voglia di evadere, scappare, allontanarsi dai ritmi frenetici che la nostra società ci ha imposto. O che ci siamo imposti un po' da soli. E quelle persone che non hanno questa voglia, boh forse loro sono pazze.
Sì, vogliamo anche dare la colpa al covid, ma la verità è che chiuderci un anno e mezzo in casa non ha fatto altro che costringerci a vedere una realtà che eravamo soliti ignorare, grazie al nostro solito tran tran.
Allo stesso modo, ho imparato che a volte è necessario fermarsi e mettere le cose a fuoco, per capire se c'è qualcosa che non va. D'altra parte lo diceva anche il mio maestro di flauto: studiare lentamente un brano è come fare zoom molto vicino sul dettaglio di un disegno, poi quando esegui il brano a velocità normale apprezzi meglio il dettaglio nel suo contesto, vedi se funziona, lo riconosci più facilmente.
In questo processo di ingrandimento possono succedere un sacco di cose strane, ad esempio può essere che si confondano un po' le idee se non si sa bene come proseguire, e si può prendere per pazzi persino sé stessi. Però ho scoperto che mettersi in dubbio torna molto utile: i nostri vezzi stanno nelle routine, nei nostri atteggiamenti che diamo un po' per scontati, ma dicono tante cose di noi.
Insomma, tutta questa insalata di parole per dire che, grazie alle fermate, alle pause, alle zoommate se volete, ho imparato a riconoscere alcuni miei comportamenti e ho deciso che non mi piacciono. Non li voglio più. Forse in tal misura, il "pazzo" mi serve come metro, per capire quali miei atteggiamenti sono normali e quali sono un po' sopra le righe. Ma per fare questo lavoro, cari amici miei The Ark, non ci potevo stare coi pazzi.
Più che altro, c'è un aspetto interessante (credo che alla fine il senso della canzone fosse questo): se faccio io la pazza, il resto del mondo come si comporta? Beh solitamente non si fa molti problemi ad allontanarmi. Comprensibilmente, direi. Quindi può addirittura diventare una tattica: do il peggio di me, così chi non vuole veramente starmi intorno, se ne va. Ottima strategia. Forse.
Non so.
Unitamente a tutti questi bellissimi pensieri, sto finalmente lavorando al mio disco, in cantiere da due anni. Lavorare a qualcosa di esclusivamente mio mi dà la possibilità di guardarmi allo specchio. Non so cosa succederà quando uscirà. Quello che posso dire, è che lo amo già tantissimo perché sono riuscita a creare qualcosa che parla davvero di me e, anche se alcuni modi di suonare non fanno più parte di me (non li riconosco più, come dei vecchi comportamenti), sono il risultato del mio vissuto degli ultimi tre anni di vita, parlano di una storia un po' insolita, di una me che cerca di uscire, come questo disco, da una situazione non sua, da una (dis)comfort zone occupata da troppo tempo, in cui però ha tenuto al caldo un magma che ora non si contiene più e sta per esplodere in una bellissima eruzione. Almeno per me, sarà bellissima.
E in calce, come promesso, un revival dei primi anni duemila!

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