I rapporti mi mandano nelle chiavette


Con questo post inauguriamo la serie di cose che mi mandano nelle chiavette, un po' in confusione.

I rapporti. C'è la cugina, la nonna, lo zio, il fratello, la nipote, la mamma e il papà, il capo, il collega, il compagno di classe, l'amica, l'amico, la fidanzata, il fidanzato.

Questi sono rapporti ben definiti, hanno un nome, che può in qualche modo fornire delle indicazioni su come comportarsi. Però c'è anche la cugina cattiva, la nonna che ti vuole bene, lo zio che non te ne vuole, il fratello invidioso, la nipote acida, la mamma e il papà che non vogliono più stare insieme, il capo permissivo, il collega schivo, il compagno di classe innamorato, l'amica gelosa, l'amico ambiguo. La fidanzata ossessiva, il fidanzato violento.

Non posso fare a meno di pensare che la parola rapporto, di per sé, sia bruttissima. Perché significa differenza. Non solo: a volte assume questo significato, a mio avviso, in una sfaccettatura che indica disparità, gerarchia. Allora perché non usare la parola legame? Per arrivare frettolosamente ad una conclusione, direi che non tutti i rapporti possono essere definiti dei veri e propri legami. A mio modo di vedere, ho un legame con una persona quando sono sicura che entrambe, con uno sguardo, ci capiamo. Questa è una cosa molto rara. Non significa per forza legame romantico: ad esempio, il legame che ho io con mio padre non è replicabile, su alcune cose siamo uguali, lui lo sa, io lo so, non c'è bisogno di parlarne.

Ognuno di noi è dotato di qualche sorta di antenna che, nel profondo, ci fa capire se quella persona con cui stiamo comunicando, stiamo tentando di instaurare un legame, è sintonizzata sulle nostre frequenze.

Sui rapporti noi basiamo le nostre sicurezze, i nostri riferimenti, ma non sempre corrispondono ai legami che noi sentiamo di avere con quelle persone. Ecco perché poi alcuni rapporti si chiudono, non riusciamo a portarli avanti. Mentre, se altri rapporti che per natura dobbiamo avere, come quelli con i nostri genitori, non funzionano, portano delle ferite che si ripercuotono sui nostri comportamenti. In buona sostanza, siamo uno specchio della nostra armonia con le persone che ci circondano.

Ultimamente ho messo in discussione un sacco di cose che pensavo di sapere sui rapporti e sui legami e mi chiedo abbastanza spesso: come fanno certe persone ad essere così sicure delle definizioni che danno ai loro rapporti con gli altri? Io non ne sono più tanto sicura.

Sarebbe molto più semplice, no? Tipo, Donata cosa vuoi mangiare oggi a pranzo? "Pasta e cavolo!". Ah, chiaro e semplice. Purtroppo però le persone non sono né pasta né cavolo, ma una sopraffina combinazione di olezzi che, sommati tra loro, danno la suggestione del cavolo che ti piace tanto, e quindi potrebbero farti intendere di essere un'altra cosa, ma soprattutto non lo fanno neanche apposta. Come si fa allora? Chi sono gli amici, i conoscenti, gli amanti, gli ex, i filantropi, i benefattori, i mentori, le guide, i nemici?

Ma va', leviamo le etichette, chiamerò le persone direttamente con il loro nome, se non altro posso affermare con forza che la presenza di ognuno nella mia vita è unica. Un amico non è mai uguale a un altro, e neanche un rivale.

Siamo tutti diversi e persino instaurare un rapporto con sé stessi può diventare difficile. Non ci si sopporta neanche da soli. A volte, io a Donata proprio non la tollero, con il suo fare saccente e perfettino. Non vi dico quando non si vuole alzare dal letto: che rabbia! Eppure ci devo avere a che fare per forza, tutti i giorni. Le voglio bene, comunque. Ma immagino quanto sia difficile, per chi le sta intorno, stabilire un rapporto con lei. Abbiate pazienza, che questa ragazza ne ha tanta, è un po' capricciosa però è anche generosa e sa compensare le sue durezze, deve solo trovare il modo di uscire dalle chiavette.

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